Petula dell'Addebito
La Promessa
Elegia del Gene
La Pala d'Altare
Il Vate e il Pappagallo
-Elegia del Gene-
-La Pala d'Altare-
-La promessa-
-Di Padre-
-Le Danze-
Caro Cruccio,
Nell'eco che dir non so che sterile si tramutano in gelidi e taglienti rami di calaverna i miei silenzi. Tramano un addiaccio di parole da vegliare. Un sacraio di spine parenti ed un rosario di grani novembrini i suoi mesti e abdicati addobbi. Fregi e Festoni di <<Basta -PregoVi- non mancatemi ancora, non contemplatemi, ancora, tra gli assenti. Son solo, io, carne da macello per ingordi?>>
Se gli arti si infliggono preghiere di silenzio, ora -medicamentoso mio compagno di resa- è perché, tra le cicatrici, che ancora chiaccherano tutto il freddo che ho in cuore, supplicano strategie d'indifferenza: ignorarVi Cruccio ridarebbe il giusto peso delle cose ma -invero- non so farlo.
E' che esistere, volevo, tra le onniscienze imparentate ai Poeti, ad ogni costo. E tra le bugie (non candele, non ceri ad innalzare altari senza mura e senza Santi), con cui ho riassettato il mio credo superstite, lancio -superstite- il mio impietoso urlo mossa a compassione per la di me inventata femmina : una proiezione di cui m'adorno cieca gli occhi, una lasca menzogna.
Caro Cruccio, posso dirvelo solo così, senza fronzolo alcuno, con voce spossata, ché stanca sono di mentirmi tra i meandri inesatti di questa sola vita che avrei certo voluta diversa.
Ebbene. Ho vestito panni non miei, è vero, come quando, ancora giovane e inesperta -troppo-, mi sbagliavo tra le mie organze rosa per mettere in atto la Vestizione Madre, la Vestizione Sposa. La mise assurda e larga -troppo- d'un prototipo innalzato sacro dal mio promesso sposo. Così ora indosso i panni della musa mia, spogliandomi delle mie vesti mie, di temi autunnali, perché così si conviene alle mie autunnali e tristi mura, per mettere in atto la Vestizione d'un'altra menzogna. La mise assurda e larga -troppo- d'un altero tragos che m'appaghi. Mentre tra le mie mani concave, ad accogliere l'acqua d'una catinella ispiratirice, piove la Melpòmene mia, con le sue maschere tutte, crudele -come un passato- e più agguerrita della grandine sull'uva. Piove come un' infezione, piove senza antidoti.
Sono una donna sciocca, Caro Cruccio, donna inutile, lana grezza da mischiare all'altrui seta.
Posso dirvelo solo così.
Ciò non basta a proclamarmi arresa? Mentre vorrei, credetemi, con la pioggia, farmi acquazzone e sciogliermi -vorrei- eterna, in risme d' aria tracotante d'isterie elettriche ad alimentarmi indomita bagnante, e piangere isterica e tragica. E finalmente autentica.
Ma. Dalle foci lacrimali dei miei poveri occhi presbiti , allevo e genero ancora orchi gretti e muse sporche. Piango sull'urina ancora calda della di lei autrice di me stessa. E lei d'urina traccia le mie membra come fosse suo il territorio da marcare e mi lascia qui, arresa, con un preteso ruggito che solo decorticato consegno al fiele delle mie parole. Colata di bave scialbe. Sgorgano catinella dal mio appena appena labbro con cui sussurro appena il mio <<Basta, pregoVi, non mancatemi ancora, non contemplatemi ancora tra gli Ingordi. Son solo -io- ingorda carne da macello per ingordi?>>
Vostra Candida Morbosa
Non la sentite ancora, Chiara
che la si è nascosta tra le pieghe spaventate
del posatoio, del lucertolaio, della stanza.
Aveva, a grossi occhi un'acquarella, un sogno
e da là esercitava un'isola:
nessuno ha ancora contate le sue sillabe
nei giorni di pioggia morbide e invece al sole
corte e strette, Chiara
si sedeva qua, e raccontava
milioni d'insettini sparpagliati, alette
a farne circostanze imperiture e sciacque
un giorno l'ho sognata, vero, e la ricordo
nel disegno subacqueo scontornata
(come amano dire i poeti)
ma chiara da prima poteva sembrare
fatua, Chiara a mezzabirra
Chiara nel dolore, che non lo dici in fretta
nella poesia, aspetti che la pausa
dia il via, nella sua afasia, e nell'asia
bangalore, koh samet, madurai, sarai
quel che appena pospone.
Sai Chiara che schiarai
appena uno stornare, un refuso, un
petalo di gerbera, rossa un stintino
schiarai quel tuo passo amabile, sempre l'occhio
che immagino denso della limpidità, un fuoco
di luce, riluce, Chiara ascolta, dove stai
nordamerica oceanica nell'australia
del canto, la sua via, il suo centro
e perché cerco un centro, dove lo trovo
un centro che non sia il ricamo uncinato
di queste che stanno appese al filo della trama
del fiore del punto del sottile del cotone
senza speranza e senza pietà, senza
storia.
Prologo-coro
Beh, c’era l’acrocòro (l'altopiano, semplicemente) e
le rocce a picco, le Splendenti (le chiamavano così)
al tramonto fiamme e fuoco
sulla pianura
digradava a mare
il vortice di balzi e precipizi,
l’acqua sgorgava dalla crepa fenditura
vapori opale, faglia di madore.
Se alzavi gli occhi arrivavano falchi
mai aquile, più a nord
nei sogni a sud. Se alzavi gli occhi.
Respirava la terra l’acqua e il fuoco
gran madre, soffio e sentore,
(in fin dei conti la grotta, sin dall'inizio,era Gea)
serpe suo figlio senza resurrezione ucciso,
(Pitone, un nome già sfigato)
ignoto saettante il luminoso
(i vincitori si fanno un nome dopo, specie se
stupratori indoeuropi).
Rimanemmo, ornate d’alloro,
una misura d’orzo
sbavando folli capelli ritti sotterra.
Gli stolti cercavano parole,
alla matrice ribolliva
limpido sangue all’infinito
(questo dannatamente vero ancora).
I- La veggente
So, i granelli di sabbia
la misura dei mari,
le direzioni d’aquile e di venti.
So dove l’ali di farfalle ogni momento.
So, l’urlo e il muto,
quello che è stato come ciò mai nato.
So, fatica di termiti
lucertole al salice inseguite.
So, che sapere non serve,
so l’infelice.
II - la pragmatica
Vedova, due figli mercanti per mare
ch’ altro potevo fare?
Mi sistemai con l’offerta del tempio,
in fin dei conti una volta al mese
la messinscena era ben pagata,
certo noioso il digiuno rituale
ma presto ascosi al cavo del tripòde
vino con spezie, olive e fichi secchi.
E nell’inarco di reni insuperbivo
con laschi esametri ad uso degli allocchi
nell’ermeneutica dei preti sopraffini.
Solo una volta mi cadde dalle nari
il tampone che usavo a protezione
e allora intorno tutto divenne chiaro:
fu come col vasaio tanti anni prima
fare l’amore come si conviene,
con l’universo, vampa illimpidita.
III la ribelle
Non mi domaron
le provaron tutte
le buone e le cattive, minacce con blandizie.
Non era colpa mia, con le loro risposte
peggiori di domande tra calcoli e papiri,
politiche d’accatto.
Avevo l’urlo, frantumato, e urlavo
e tutti - preti e fedeli -
quelli
atterrivano d’Apollo, lo spietato.
Mai l’ho rivelato, al crinale follia
non c’era alcun Apollo,
io sola il dio.
IV- la precaria
Sistemare il lago d’Albano,
per i romani.
Costruire navi da guerra
per Temistocle contro i persiani.
Fondare nuove colonie,
per gli eubei, i focesi e gli ioni.
Allestire il controllo di gestione
per Licurgo e gli spartani.
Affinare financo il logo
fra Pitagora, Socrate e Plutarco.
Pareva un’ottima occasione
-“cercasi interprete d’eccezione” –
ruolo creativo, pensai, da prim’attrice,
per ritrovarmi alla segreteria
d’una joint-venture d’ingegneria.
V-la mistica
Sulla via, porpora e marmi, malachite
Il bronzo, ad abbagliarli.
Salgono, cauti chiedono consigli
patteggiando notizie,ori, potere
nei bisbigli del tempio.
Salgono, gonfi di dubbi e di progetti
tutti.
Non li ascolto, scendo
verme nel ventre di terra, freccia
di vento sollevo alle montagne.
Guardo, fuori di pelle
fuori dal corpo del giorno
fibra di tendini, calcina di pensieri
l’energia
guarire all’eguaglianza il caos e il cosmo,
ghiaccio di fiamma.
Al ritorno accecati si accontentano,
schegge sillabe l’indicibile.
Epilogo
Sciamano le sciamane, avranno
un senso gli acrostici crostacei,
il tempo scioglie con la cheratina
le chele al titanio
non i sogni, resistenti alle maree
ci riformiamo.
Vorrei poterti chiedere
se è vero che mentre
culli i tuoi fardelli
disegni bimbi morti nell’aria
Cadaverini pecorelle
ad erigere cieli sotto
cui si possano piangere
lutti potenziali immolati
a senso prensile di mamme arpione
a spettinarti
-spellato di piume chioccia
altare maldicenza la bocca-
L’acqua bollente dilaterà i pori
e lo spoglio sarà docile strappo
che svestirà ali e cosce
delle piume superflue
Piccola ipocondriaca,
come ti uccidi l’utero della testa!
Disconosci eredità, rendendole
alla genesi d’incubi ricorrenti
Ogni cominciamento è spurio e mani giunte
a interloquire con tuo combusto maledire
l’appartenenza tua tutta a collare ingiuriato
eppure
è filo rosso dell’arte tua tutta
Spergiura!
Te ne cuci il vello per coprirti delle nudità bambine
Batacchi e campane
A scandire un’insonnia dormiente
dimmi
cos’è che s’appiccica alle ciglia
a non dormire quando ti costringi gli occhi
a star fissi in un punto soltanto?
(contarli tutti
non sarà d’aiuto
al sonno)

(immagine: La Veuve-Alma Tirésia di Julien Martinez)
Un'obelisca voce c'è
C'è una voce obelisca nelle sue stanze
che è suono sfatto, Signori,
accessibile stridore contemplato
dentro all'urna esalante il suo livore
Si veda e la si contempli ché, mentre
canta e scimmiotta, scimmiotto anch'io
-a mia volta- la sua canzone scimmiottata:
scimmiotto bene e canto dunque
il canto suo storto annoverato
tra le pantomime del dolore.
(o fu l'assenza, quell'anafora frustrata
che inveisce sugli altari
d'una sanitudine per far
fronte alla frustazione di andar
per pari con codesta -assenza-
fedelissima sua compagna?)
Un'obelisca voce c'è
c'è un'obelisca voce nelle sue stanze
ricamata d'un complotto lessicale
Un ululato di dottrine riciclate
e tantotantomale! tantomaleadoperato,
tantodoloretanto che tantotanto fa male!
E tanto inquieta m'appare
-mentre pensa di quietare-
il pianto dolorante nelle sue filippiche ornamentali
La voce bimba incapricciata
fingesi monologante altera e spuria
In altre piccole e caduche parole
si cimenta nell'addiaccio
della sua invisibilitudine
mentre sfila dentro al nostro funerale
e si rammarica, si muore, si nutre
del suo sfitto e rammaricato essersi,
crede dell'esser di se stessa l'attrice
-pretenziosa!-
un'attricetta d'una domenica in falsetto
che reclama il suo sipario a grande voce
(E fu l'addiaccio alle parole
-Signori- , che romitava e mastulava
gli avanzi d'un rogito.
Fu l' abigeato di parole -Signori-
ad indurla, con la nostra benedizione, in tentazione.
Permettiamo il suo cogito ergo sum rigurgitato
nell'appena appena dedica del nostro
esser consapevolmente suoi defunti.
E -noi- lo giuro -perché no?-
ci pentiamo redimendoci alla santitudine
per un fiore immacolato sulla nostra urna
confortata del suo pianto ricamato lessicale)
Un'obelisca voce c'è
che guaisce -con rabbia- il suo dolore
S'illude, la piccola Fiammiferaia,
d'accender voce con un cerino per scaldarla.
Poi, la donnetta, parasi il didietro
retrodatando ogni suo pianticcio
ritraendo le manine candide
(fossero candide le manine)
Un'obelisca voce c'è nelle sue stanze
una voce obelisca claudicante
e a scanso d'ogni equivoco,
perché non si dica ch'è
lustrato da manine candide
(fossero candide le manine)
c'è un'obelisca voce -claudicante-
nella misera stanzetta d'una poesia
riciclata.
Riciclata. Sì l'ho detto, Riciclata ho detto, ho detto così!
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Il testo, ci tengo a precisarlo, è tratto da: Ogni pazienza ha il suo limite-

-Volevo fare la cantante un tempo-
Avevo tre voci bianche
a disposizione, da utilizzare
-di volta in volta-
a seconda delle circostanze
(ero una brava cantatessa pappagallante)
Una implorante e torbida
per ottenere quel che vi pare
La seconda stridula arrampicante
per scandire tronfia il mio nome e cognome
(perché così voleva mio padre)
Una afona e morbida per bisbigliare
bestemmie e moccoli
(così che non mi si sgamasse)
-Volevo fare l’usignolo-

a vent’anni scrivevo
nelle camere odore di padre addormentato
e madre assente
per poi mentirmi
cambiare in varianti
un anno fa, 14 luglio 2006, scrivevo
Io che sono una cretina per risolvere vado a sfondarmi.
Forse c’è un tempo per tutto forse non ci sarà mai il tempo degli incontri.
*** che dice che mio padre interagisce come un pupazzetto.
Se lo chiami viene, vero. Se gli dai un calcio sta lontano, vero. Dove lo metti lui sta, vero. Nessun sintomo di vitalità o di iniziativa. Nessun sentimento in superficie; solo i medesimi giri di parole. Sempre gli stessi, sempre uguali. Vero.
Se io do il La me la suono e me la ballo da sola. Io mi scerpo.
In questo momento della mia vita mi è insopportabile.
Però ho un dubbio. Se io mi affronto e mi faccio male non vinco una candelina alla pesca del prete.
Se mi affronto e mi faccio male non ho un risultato. È cultura? Mbò. Sono io il toro. È che speravo fosse mio padre il toro, a la Plaza de Toros.

Le Danze di Matisse
In questa sera senza la notte
c’è un mondo di mollica con i buchi
Ballano Bambino Mio
questa notte è tanta sera
tutti quanti gli uomini di pane
vermi che si tengono per mano
Perché piangi preghi e poi mi dici:
stringi forte forte le mie mani?
Ballano Bambino Mio
girotondi intorno al fuoco
tutta quanta l’aria sente a pena
il cuore, un leccalecca di farina
(tratto da Il Settimo Senso, Il Laboratorio Le Edizioni, 1998)

A cosa pensa lei che guarda dal vetro della finestra
con lo scialle a mezza guisa sulle spalle
e guarda fuori, sembra, che dentro niente resta
talmente fuori è lo sguardo che da dentro impresta.
Qual è il punto nodale di questa immagine precisa
mille volte tante si è riversa
sopra te, dagli schermi, dai vetri, dalle gesta
nelle parole che l' hanno usata.
Prima: aveva il sangue, già il sangue, la bambina.
Diorskin fa pensare a una bestemmia
e Shi se ido creator le disegna
una cresta.