Riserva Acustica

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Fonoscaffale di Poesia e Teatro
a destinazione d'uso di Voluble

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Ci sono voci
Arti Anoressiche Croquignolle Enzo Campi Andrea Galli Silvia longo Alessio Arena Isabella Anna Matera Rossella Valentino elettroneddas Lara Arvasi borderlands Silvia Molesini Iole Toini Amilga Quasino Tamai Maiko Cara Polvere mauro gasparini Alessandro Melis

Tipi di Voci

Ci sono voci che si sentono,
in loro certe armoniche
mmmh, forza propulsiva d’accordo
eppoi l’altezza
(anche se voci basse
o voci piccoline).
Ci sono voci che maturano
imparano a tenere il ritmo
controllano il respiro
dicono tutto
usano parole intere.
E ascolta quelle voci che comandano
spesso hanno potenza retorica
melodia programmata
ma le vedi anche buttate lì
a urlare il loro tempo preferito;
e quindi
ci sono voci che si difendono
e strascicano le sillabe
abbassano il tono
fanno la musica giustificata
della santa ragione.

(Io amo la tua voce
per il suo incedere morbido
ricamo bruno su
mani di sposa.

Amo la tua voce che
sa raccontarmi il tempo
e sopra il tempo
cesella steli.

Amo la tua voce:
lei distilla la notte
e mi ubriaca
e mi coinvolge.)

Ci sono voci che si uniscono:
sono diverse fra loro,
per questo formano un canto.

Silvia Molesini
tratto da Lezioni di Vuoto


Gli Autori
Per Intercessione dell'Udito








Un senso - il 4° - da prestarti
per annusare le attese e le pazienze smembrate.

Fa’ che senta questa fine, fa’ che io senta.

Tu sei il Senso
lo sei sempre stato nel gioco dei dadi truccati.
La faccia da scoprire
è stata quella che hai ottenuto con un lancio preciso,
quella che avevi deciso tra le mani
prima che le mani fossero linee della vita e falangi spezzate.
Come fossi il Dio di Albert, Come fossi
pieno di luce Come fossi – tu – la ristretta relatività
del raggio assoluto – viaggiato – nello specchio
senza mai raggiungere il riflesso – senza rimandi –
senza poter partire né arrivare – né stare, alla fine.

Io non so di santità silenziose
delle bocche quietate non ho potuto conservare il respiro
nemmeno un alito imbottigliato, , un’anidride monca.

Fa’ che senta questa fine, fa’ che io senta, te ne prego.

Dubitano gli anni sfiniti, vinti amanti, ripudiano
bocche e l’altra tosse conosco, tutto ricondotto
a un problema di geometria e altro te, per le ore
maltrattate dal respiro in orologi malati che battono.

Il tempo passa, ci invaria e orienta disincanta e spaventa
ci stiamo burattini di paglia e tutto tace nei secondi
per inerzia di passaggio l’urto di indomita giovinezza,
o solo adesso colpevoli di nulla si finisce mentendo.
Resta il peso, corpo rigido in moto qualunque
resta appeso il desiderio di sentirsi, pure quello,
tra lo scardinare dei soli e delle masse (a)variate.
Resta una specie di tristezza, forse è quella,
ma non ne rimani certo, forse il centro rimane.

Fa’ che non senta questa fine, fa’ che non io senta.

Resta il problema dei due corpi, due Soli punti
immateriali, cercando un’Origine Solidale alle Ore,
il Riferimento Ancestrale, ché in assenza di aria
- tra lo spazio dei pianeti - il suono non fa male.

L’estate si passa, si supera nei caldi e nei sudori
come attrito volvente brucia la faccia di niente e
intanto l’estate si passa, e (s)viva sui nostri divani
i moti e le attese in quantità sfuse di Lunedì in Albis.

Fa’ che io non senta ti prego la fine che alla fine sento.





di
Luigi Romolo Carrino


Io Amo questa Voce


5 letture di
Luigi Romolo Carrino
Fonoteca


Petula dell'Addebito



La Promessa



Elegia del Gene



La Pala d'Altare



Il Vate e il Pappagallo





Elegia del Gene

Osanna,
Nell’aborigeno mio cielo
il mio cielo è tronco d’ali e reti
eppure impigliata resta - questa genia
un pesce gravido di uova incolumi
moltiplicate e moltiplicate e moltiplicate
Suo pungiglione ammorbante
quel piglio dissacrante l’appartenersi
che si fa -a puntate- buccia-buccia
a vestirmi gruccia inerme o fionda
Ah, ritornarti indietro! coltre erosa
dai cromosomi dentati da rammendare
ogni volta ogni volta ogni volta
-quali ricami ancestrali?-
se mi travesto crosta privata di me
-tua primizia sposa, e gemella- e poi crosta
si spoglia di me lasciandomi intera e morbida

e nuda

germoglio figliato in tua ombrellifera fronda

Ché poi nell’aborigeno tuo cielo
il tuo cielo è tronco d’ali e reti
eppure impigliata resta questa genia
un'ape regina che non può figliare fuchi
non collari per cuccioli,
né squame iridescenti per vestirli lucenti di luce
Suo pungiglione ammorbante è
il quanto che ci spiccica e poi ci rincolla
affini per qualità di fiati e bucce
e peccatucci similari sugli ucci ucci
di questo vivere sotto branco sciolto

Una palude in cui tu- ti travesti anfibio
sbranchiato -e onicofago-
e io granchio -onicofago- spaiato ad evitarti laterale
sugli sgoccioli di questa vita a finire
in spicciolo squarciare l’aria sconsacrata
da più morsi di fame d’unghie
-surrogato, lenitivo d’affetto -ma- piccante-

e nudi

a germogliarci attonite statue dalle debolucce spalle spoglie d'abbracci

Ti ho nel mucchio, Signore, nel mio mazzo di geni
-a mucchi-
e negli ancora candidi barlumi
d’onniscienze sante da amputarmi dal cuore
Così, sotto fiotti di coriandoli
separati per colorito e aspetto trascendo
-colorando- dal più tenue al più marcato segno
di distinzione marcata, divenendo
traccia tua indelebile

e Santa

( da dìri dìri dànna)


Pater Noster

-Elegia del Gene-

-La Pala d'Altare-

-La promessa-

-Di Padre-

-Le Danze-

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sabato, 12 gennaio 2008
E_pistola del Basta (o della rivelazione).

 

 

Caro Cruccio,

Nell'eco che dir non so che sterile si tramutano in gelidi e taglienti rami di calaverna i miei silenzi. Tramano un addiaccio di parole da vegliare.  Un sacraio di spine parenti ed un rosario di grani novembrini  i suoi mesti e abdicati addobbi.  Fregi e Festoni di  <<Basta  -PregoVi-  non  mancatemi ancora, non contemplatemi, ancora,  tra gli assenti. Son solo, io, carne da macello per ingordi?>>

Se gli arti si infliggono preghiere di silenzio, ora  -medicamentoso mio compagno di  resa-  è perché, tra le cicatrici, che ancora chiaccherano tutto il freddo che ho in cuore,  supplicano strategie d'indifferenza: ignorarVi Cruccio ridarebbe il giusto peso delle cose ma  -invero- non so farlo.

E' che esistere, volevo,  tra le onniscienze imparentate ai Poeti, ad ogni costo. E tra le bugie (non candele, non ceri ad innalzare altari senza mura e senza Santi),   con cui ho riassettato il mio credo superstite,  lancio -superstite-  il mio impietoso urlo  mossa a compassione per la di me inventata femmina : una proiezione di cui m'adorno cieca gli occhi, una lasca menzogna.

Caro Cruccio, posso dirvelo solo così, senza fronzolo alcuno, con voce spossata,  ché stanca sono di mentirmi tra i meandri inesatti di questa sola vita che avrei certo voluta diversa.

Ebbene. Ho vestito panni non miei, è vero, come quando, ancora giovane e inesperta -troppo-, mi sbagliavo tra le mie  organze rosa per mettere in atto la Vestizione Madre, la Vestizione Sposa. La mise assurda  e larga -troppo- d'un prototipo innalzato sacro dal mio promesso sposo. Così ora indosso i panni della musa mia, spogliandomi delle mie  vesti mie,  di temi autunnali, perché così si conviene alle mie autunnali e tristi mura,  per mettere in atto la Vestizione d'un'altra menzogna. La mise assurda e larga -troppo- d'un altero tragos che m'appaghi.   Mentre tra le mie mani concave,  ad accogliere l'acqua d'una catinella ispiratirice, piove la Melpòmene mia, con le sue maschere tutte, crudele -come un passato-  e più agguerrita della grandine sull'uva. Piove come un' infezione,  piove senza antidoti.

Sono una donna sciocca, Caro Cruccio, donna inutile, lana grezza da mischiare all'altrui  seta. 
Posso dirvelo solo così.
Ciò non basta a proclamarmi arresa?  Mentre vorrei, credetemi, con la pioggia, farmi acquazzone e  sciogliermi -vorrei- eterna,  in risme d' aria tracotante d'isterie elettriche  ad alimentarmi indomita bagnante, e piangere isterica e tragica. E finalmente autentica.

Ma. Dalle foci lacrimali dei miei poveri occhi presbiti , allevo e genero ancora orchi gretti e muse sporche. Piango sull'urina ancora calda della di lei autrice di me stessa. E lei d'urina traccia le mie membra come fosse suo il territorio da marcare e mi lascia qui, arresa, con un preteso ruggito che solo decorticato consegno al fiele delle mie parole. Colata  di bave scialbe. Sgorgano catinella dal  mio appena appena labbro con cui sussurro appena  il mio <<Basta,  pregoVi, non mancatemi ancora, non contemplatemi ancora tra gli Ingordi. Son solo -io- ingorda carne da macello per ingordi?>>


Vostra Candida Morbosa

 

Scritto da: ritabonomo alle ore 10:59 | link | commenti | Categoria: rita bonomo
lunedì, 07 gennaio 2008
Silvia Molesini: Chiara

Non la sentite ancora, Chiara
che la si è nascosta tra le pieghe spaventate
del posatoio, del lucertolaio, della stanza.
Aveva, a grossi occhi un'acquarella, un sogno
e da là esercitava un'isola:
nessuno ha ancora contate le sue sillabe
nei giorni di pioggia morbide e invece al sole
corte e strette, Chiara
si sedeva qua, e raccontava
milioni d'insettini sparpagliati, alette
a farne circostanze imperiture e sciacque
un giorno l'ho sognata, vero, e la ricordo
nel disegno subacqueo scontornata
(come amano dire i poeti)
ma chiara da prima poteva sembrare
fatua, Chiara a mezzabirra
Chiara nel dolore, che non lo dici in fretta
nella poesia, aspetti che la pausa
dia il via, nella sua afasia, e nell'asia
bangalore, koh samet, madurai, sarai
quel che appena pospone.
Sai Chiara che schiarai
appena uno stornare, un refuso, un
petalo di gerbera, rossa un stintino
schiarai quel tuo passo amabile, sempre l'occhio
che immagino denso della limpidità, un fuoco
di luce, riluce, Chiara ascolta, dove stai
nordamerica oceanica nell'australia
del canto, la sua via, il suo centro
e perché cerco un centro, dove lo trovo
un centro che non sia il ricamo uncinato
di queste che stanno appese al filo della trama
del fiore del punto del sottile del cotone
senza speranza e senza pietà, senza
storia.

Scritto da: ritabonomo alle ore 08:35 | link | commenti | Categoria: videopoesia, silvia molesini
domenica, 25 novembre 2007
A Delfi- Viola Amarelli

Prologo-coro


Beh, c’era l’acrocòro (l'altopiano, semplicemente)  e
le rocce a picco, le Splendenti (le chiamavano così)
al tramonto fiamme e fuoco
sulla pianura
digradava a mare
il vortice di balzi e precipizi,
l’acqua sgorgava dalla crepa fenditura
vapori opale, faglia di  madore.
Se alzavi gli occhi arrivavano falchi
mai aquile, più a  nord
nei sogni a sud. Se alzavi gli occhi.
Respirava la terra l’acqua e il fuoco
gran madre, soffio e sentore,
(in fin dei conti la grotta, sin dall'inizio,era Gea)
serpe suo figlio senza resurrezione ucciso,
(Pitone, un nome già sfigato)
ignoto saettante il luminoso
(i vincitori si fanno un nome dopo, specie se
stupratori indoeuropi).
Rimanemmo, ornate d’alloro,
una misura d’orzo
sbavando folli capelli ritti sotterra.
Gli stolti cercavano parole,
alla matrice ribolliva
limpido sangue all’infinito
(questo dannatamente vero ancora).


 

 

I- La veggente


So, i granelli di sabbia
la misura dei mari,
le direzioni d’aquile e di venti.
So dove l’ali di farfalle ogni momento.
So, l’urlo e il muto,
quello che è stato come ciò mai nato.
So, fatica di termiti
lucertole al salice inseguite.
So, che sapere non serve,
so l’infelice.


II - la pragmatica

Vedova, due figli mercanti per mare
ch’ altro potevo fare?
Mi sistemai con l’offerta del  tempio,
in fin dei conti una volta al mese
la messinscena era ben pagata,
certo noioso il digiuno rituale
ma presto ascosi al cavo del  tripòde
vino con spezie, olive e fichi secchi.
E nell’inarco di reni insuperbivo
con laschi esametri ad uso degli allocchi
nell’ermeneutica dei preti sopraffini.
Solo una volta mi cadde dalle nari
il  tampone che usavo a protezione
e allora intorno tutto divenne chiaro:
fu come col vasaio tanti anni prima
fare l’amore come si conviene,
con l’universo, vampa illimpidita.

 

 

 

III la ribelle

Non mi domaron
le provaron tutte
le buone e le cattive, minacce con blandizie.
Non era colpa mia, con le loro risposte
peggiori  di domande  tra calcoli e papiri,
politiche  d’accatto.
Avevo l’urlo, frantumato, e urlavo
e   tutti - preti e fedeli  -
quelli
atterrivano d’Apollo,  lo  spietato.
Mai  l’ho rivelato, al crinale follia
non c’era alcun Apollo,
 io sola il dio.

 

 

IV- la precaria

Sistemare il lago d’Albano,
per i romani.
Costruire  navi da guerra
per Temistocle contro i persiani.
Fondare nuove colonie,
per gli eubei, i focesi e gli ioni.
Allestire  il controllo di gestione
per Licurgo e gli spartani.
Affinare financo il logo
fra Pitagora, Socrate e Plutarco.
Pareva un’ottima occasione
-“cercasi interprete d’eccezione” –
ruolo creativo, pensai, da prim’attrice,
per ritrovarmi alla segreteria
d’una joint-venture d’ingegneria.

 

 

V-la mistica

Sulla via, porpora e marmi, malachite
Il bronzo, ad abbagliarli.
Salgono, cauti chiedono consigli
patteggiando notizie,ori, potere
nei bisbigli del tempio.
Salgono, gonfi di dubbi e di progetti
tutti.
Non li ascolto, scendo
verme nel  ventre di terra, freccia
di vento sollevo alle montagne.
Guardo, fuori di pelle
fuori dal corpo del giorno
fibra di tendini, calcina di pensieri
 l’energia
guarire all’eguaglianza il caos e il cosmo,
ghiaccio di fiamma.
Al ritorno accecati si accontentano,
schegge  sillabe  l’indicibile.


 

Epilogo

Sciamano le sciamane, avranno
un senso gli acrostici crostacei,
il tempo scioglie con la cheratina
le chele al titanio
non i sogni, resistenti alle maree
ci riformiamo.

 

 

 

Scritto da: ritabonomo alle ore 11:37 | link | commenti (2) | Categoria: viola amarelli
mercoledì, 31 ottobre 2007
Petula dell'Addebito

Vorrei poterti chiedere
 se è vero che mentre
 culli i tuoi fardelli
 disegni bimbi morti nell’aria
 
 
 Cadaverini pecorelle
 ad erigere cieli sotto
 cui si possano piangere
 lutti potenziali immolati
 a senso prensile di mamme arpione
 a spettinarti
 -spellato di piume chioccia
 altare maldicenza la bocca-
 
 
 L’acqua bollente dilaterà i pori
 e lo spoglio sarà docile strappo
 che svestirà ali e cosce
 delle piume superflue
 
 
 Piccola ipocondriaca,
 come ti uccidi l’utero della testa!
 Disconosci eredità, rendendole
 alla genesi d’incubi ricorrenti
 
 
 Ogni cominciamento è spurio e mani giunte
 a interloquire con tuo combusto maledire
 l’appartenenza tua tutta a collare ingiuriato
 eppure
 è filo rosso dell’arte tua tutta
 
 Spergiura!
 Te ne cuci il vello per coprirti delle nudità bambine
 
 Batacchi e campane
 A scandire un’insonnia dormiente
 dimmi
 cos’è che s’appiccica alle ciglia
 a non dormire quando ti costringi gli occhi
 a star fissi in un punto soltanto?
 
 
 
 (contarli tutti
 non sarà d’aiuto
 al sonno)


Scritto da: ritabonomo alle ore 08:41 | link | commenti (1) | Categoria: rita bonomo
martedì, 30 ottobre 2007
Un'Obelisca Voce (divertissement)

(immagine: La Veuve-Alma Tirésia  di Julien Martinez)

 

Un'obelisca voce c'è
C'è una voce obelisca nelle sue stanze
che è suono sfatto, Signori,
accessibile stridore contemplato
dentro all'urna esalante il suo livore
Si veda e la si contempli ché, mentre
 canta e scimmiotta,  scimmiotto anch'io
-a mia volta- la sua canzone scimmiottata:
 scimmiotto bene e canto dunque
il  canto suo  storto annoverato
tra le  pantomime del dolore.


(o fu l'assenza, quell'anafora frustrata
che inveisce sugli altari
d'una sanitudine  per far
fronte alla frustazione di andar
per pari con codesta  -assenza-
 fedelissima  sua compagna?)

Un'obelisca voce c'è
c'è un'obelisca voce nelle sue stanze
ricamata d'un complotto lessicale
Un ululato di dottrine riciclate
e tantotantomale! tantomaleadoperato,
tantodoloretanto che tantotanto fa male!
E  tanto inquieta m'appare
-mentre pensa di quietare-
il pianto dolorante nelle sue filippiche ornamentali
La voce bimba incapricciata
  fingesi  monologante altera e spuria

In altre piccole e caduche parole
si  cimenta nell'addiaccio
della sua  invisibilitudine
mentre sfila dentro al nostro funerale
e si rammarica, si muore,  si nutre
del  suo  sfitto e rammaricato essersi,
crede dell'esser di se stessa l'attrice
-pretenziosa!-
un'attricetta d'una  domenica in falsetto
che reclama il suo sipario a grande  voce


(E fu l'addiaccio alle parole
-Signori- , che romitava e mastulava
gli avanzi d'un rogito.
Fu l' abigeato di parole -Signori-
ad indurla, con la nostra benedizione,  in tentazione.
Permettiamo il suo  cogito ergo sum rigurgitato
nell'appena appena dedica del nostro
esser consapevolmente suoi defunti.
E -noi- lo giuro -perché no?-
ci pentiamo  redimendoci alla santitudine
per un fiore immacolato sulla nostra urna
confortata del suo pianto ricamato lessicale)

Un'obelisca voce c'è
che  guaisce -con rabbia- il suo  dolore  
 S'illude, la piccola Fiammiferaia, 
d'accender voce  con un cerino per scaldarla.
Poi,  la donnetta,    parasi  il didietro
retrodatando ogni suo pianticcio
ritraendo le manine candide
(fossero candide le manine)


Un'obelisca voce c'è nelle sue stanze
una voce obelisca claudicante
e a scanso d'ogni equivoco,
perché non si dica ch'è
lustrato da manine candide
(fossero candide le manine)
c'è un'obelisca voce -claudicante-
nella misera stanzetta d'una poesia
riciclata.

 Riciclata. Sì l'ho detto, Riciclata  ho detto, ho detto così!

____________________________________________________

Il testo, ci tengo a precisarlo,  è tratto da:  Ogni pazienza ha il suo limite-

Scritto da: ritabonomo alle ore 08:46 | link | commenti | Categoria: rita bonomo
giovedì, 25 ottobre 2007
Salmo dell’estate che vinse gli amanti
Tra le onde del fare e disfare
gli amanti distrussero il sonno
sul niente andare de la estate che tornava
per addormentarli tra le chele di un granchio
e ne la conchiglia.
 
E su le rive del male
a uno dei due
girato di spalle certo che no
per nulla tornare nulla soccombere
promise la tiepida notte al tramonto
le ime ninfomanie
dischiuse a le stelle compulsive e disagiate
del dieci agosto di ogni mare e scintillìo.
 
A uno dei due
, nudo e speciale il mare della estate che venne,
venne e suonò la bella morte a mezz’amore
tra gli occhi chiari su per l’inganno
l’inganno innocente del venne l’estate.
 
 
Poi s’indivise il certo nulla e poi matto uno
a mortificare gli amanti con l’aria
nell’altro
 
o
 
l’altro alla mano,
al pezzo di schiena scioccato disse
disse ad un tratto: “non ti conosco, non so se sei forte”.
E venne l’estate. A uccidere il sogno agli amanti.
 
 
Gli amati gli amanti di un giorno venne l’estate
e li ammazzò come due cuccioli superflui e uno
guardava il tramonto scodinzolando
con le zampe impalate nel cuore e l’altro
un rantolo dedicò all’ultimo quarto di sole
e poi, l’amore.
** una versione divertente;) ce n'è una più seria, ma nìmi vergogno a postarla.
Scritto da: carrino alle ore 23:09 | link | commenti (5) | Categoria:
venerdì, 12 ottobre 2007
Il Vate e il Pappagallo

-Volevo fare la cantante un tempo-

Avevo tre voci bianche
a disposizione, da utilizzare
-di volta in volta-
a seconda delle circostanze
(ero una brava cantatessa pappagallante)
Una implorante e torbida
per ottenere quel che vi pare
La seconda stridula arrampicante
per scandire tronfia il mio nome e cognome
(perché così voleva mio padre)
Una afona e morbida per bisbigliare
bestemmie e moccoli
(così che non mi si sgamasse)

-Volevo fare l’usignolo-

Scritto da: ritabonomo alle ore 12:36 | link | commenti | Categoria: rita bonomo
Senza Titolo

 

 

 

 

a vent’anni scrivevo

nelle camere odore di padre addormentato

e  madre assente

per poi mentirmi

cambiare in varianti

 

 

un anno fa, 14 luglio 2006, scrivevo

Io che sono una cretina per risolvere vado a sfondarmi.

Forse c’è un tempo per tutto forse non ci sarà mai il tempo degli incontri.

*** che dice che mio padre interagisce come un pupazzetto.

Se lo chiami viene, vero. Se gli dai un calcio sta lontano, vero. Dove lo metti lui sta, vero. Nessun sintomo di vitalità o di iniziativa. Nessun sentimento in superficie; solo i medesimi giri di parole. Sempre gli stessi, sempre uguali. Vero.

Se io do il La me la suono e me la ballo da sola. Io mi scerpo.

In questo momento della mia vita mi è insopportabile.

Però ho un dubbio. Se io mi affronto e mi faccio male non vinco una candelina alla pesca del prete.

Se mi affronto e mi faccio male non ho un risultato.  È cultura? Mbò. Sono io il toro. È che speravo fosse mio padre il toro, a la Plaza de Toros.

 

Scritto da: ritabonomo alle ore 11:52 | link | commenti (2) | Categoria: paola silvia dolci
Le Danze di Matisse

Le Danze di Matisse

In questa sera senza la notte
c’è un mondo di mollica con i buchi
 
Ballano Bambino Mio
questa notte è tanta sera
tutti quanti gli uomini di pane
vermi che si tengono per mano
 
Perché piangi preghi e poi mi dici:
stringi forte forte le mie mani?
 
Ballano Bambino Mio
girotondi intorno al fuoco
tutta quanta l’aria sente a pena
il cuore, un leccalecca di farina

(tratto da Il Settimo Senso, Il Laboratorio Le Edizioni, 1998)

Scritto da: ritabonomo alle ore 11:43 | link | commenti (1) | Categoria: luigi romolo carrino
Un'immagine di Donna che guarda fuori

 

A cosa pensa lei che guarda dal vetro della finestra
con lo scialle a mezza guisa sulle spalle
e guarda fuori, sembra, che dentro niente resta
talmente fuori è lo sguardo che da dentro impresta.

Qual è il punto nodale di questa immagine precisa
mille volte tante si è riversa
sopra te, dagli schermi, dai vetri, dalle gesta
nelle parole che l' hanno usata.

Prima: aveva il sangue, già il sangue, la bambina.

Diorskin fa pensare a una bestemmia
e Shi se ido creator le disegna
una cresta.

Scritto da: ritabonomo alle ore 11:35 | link | commenti | Categoria: silvia molesini

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