Riserva Acustica

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Ci sono voci
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Tipi di Voci

Ci sono voci che si sentono,
in loro certe armoniche
mmmh, forza propulsiva d’accordo
eppoi l’altezza
(anche se voci basse
o voci piccoline).
Ci sono voci che maturano
imparano a tenere il ritmo
controllano il respiro
dicono tutto
usano parole intere.
E ascolta quelle voci che comandano
spesso hanno potenza retorica
melodia programmata
ma le vedi anche buttate lì
a urlare il loro tempo preferito;
e quindi
ci sono voci che si difendono
e strascicano le sillabe
abbassano il tono
fanno la musica giustificata
della santa ragione.

(Io amo la tua voce
per il suo incedere morbido
ricamo bruno su
mani di sposa.

Amo la tua voce che
sa raccontarmi il tempo
e sopra il tempo
cesella steli.

Amo la tua voce:
lei distilla la notte
e mi ubriaca
e mi coinvolge.)

Ci sono voci che si uniscono:
sono diverse fra loro,
per questo formano un canto.

Silvia Molesini
tratto da Lezioni di Vuoto


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Per Intercessione dell'Udito








Un senso - il 4° - da prestarti
per annusare le attese e le pazienze smembrate.

Fa’ che senta questa fine, fa’ che io senta.

Tu sei il Senso
lo sei sempre stato nel gioco dei dadi truccati.
La faccia da scoprire
è stata quella che hai ottenuto con un lancio preciso,
quella che avevi deciso tra le mani
prima che le mani fossero linee della vita e falangi spezzate.
Come fossi il Dio di Albert, Come fossi
pieno di luce Come fossi – tu – la ristretta relatività
del raggio assoluto – viaggiato – nello specchio
senza mai raggiungere il riflesso – senza rimandi –
senza poter partire né arrivare – né stare, alla fine.

Io non so di santità silenziose
delle bocche quietate non ho potuto conservare il respiro
nemmeno un alito imbottigliato, , un’anidride monca.

Fa’ che senta questa fine, fa’ che io senta, te ne prego.

Dubitano gli anni sfiniti, vinti amanti, ripudiano
bocche e l’altra tosse conosco, tutto ricondotto
a un problema di geometria e altro te, per le ore
maltrattate dal respiro in orologi malati che battono.

Il tempo passa, ci invaria e orienta disincanta e spaventa
ci stiamo burattini di paglia e tutto tace nei secondi
per inerzia di passaggio l’urto di indomita giovinezza,
o solo adesso colpevoli di nulla si finisce mentendo.
Resta il peso, corpo rigido in moto qualunque
resta appeso il desiderio di sentirsi, pure quello,
tra lo scardinare dei soli e delle masse (a)variate.
Resta una specie di tristezza, forse è quella,
ma non ne rimani certo, forse il centro rimane.

Fa’ che non senta questa fine, fa’ che non io senta.

Resta il problema dei due corpi, due Soli punti
immateriali, cercando un’Origine Solidale alle Ore,
il Riferimento Ancestrale, ché in assenza di aria
- tra lo spazio dei pianeti - il suono non fa male.

L’estate si passa, si supera nei caldi e nei sudori
come attrito volvente brucia la faccia di niente e
intanto l’estate si passa, e (s)viva sui nostri divani
i moti e le attese in quantità sfuse di Lunedì in Albis.

Fa’ che io non senta ti prego la fine che alla fine sento.





di
Luigi Romolo Carrino


Io Amo questa Voce


5 letture di
Luigi Romolo Carrino
Fonoteca


Petula dell'Addebito



La Promessa



Elegia del Gene



La Pala d'Altare



Il Vate e il Pappagallo





Elegia del Gene

Osanna,
Nell’aborigeno mio cielo
il mio cielo è tronco d’ali e reti
eppure impigliata resta - questa genia
un pesce gravido di uova incolumi
moltiplicate e moltiplicate e moltiplicate
Suo pungiglione ammorbante
quel piglio dissacrante l’appartenersi
che si fa -a puntate- buccia-buccia
a vestirmi gruccia inerme o fionda
Ah, ritornarti indietro! coltre erosa
dai cromosomi dentati da rammendare
ogni volta ogni volta ogni volta
-quali ricami ancestrali?-
se mi travesto crosta privata di me
-tua primizia sposa, e gemella- e poi crosta
si spoglia di me lasciandomi intera e morbida

e nuda

germoglio figliato in tua ombrellifera fronda

Ché poi nell’aborigeno tuo cielo
il tuo cielo è tronco d’ali e reti
eppure impigliata resta questa genia
un'ape regina che non può figliare fuchi
non collari per cuccioli,
né squame iridescenti per vestirli lucenti di luce
Suo pungiglione ammorbante è
il quanto che ci spiccica e poi ci rincolla
affini per qualità di fiati e bucce
e peccatucci similari sugli ucci ucci
di questo vivere sotto branco sciolto

Una palude in cui tu- ti travesti anfibio
sbranchiato -e onicofago-
e io granchio -onicofago- spaiato ad evitarti laterale
sugli sgoccioli di questa vita a finire
in spicciolo squarciare l’aria sconsacrata
da più morsi di fame d’unghie
-surrogato, lenitivo d’affetto -ma- piccante-

e nudi

a germogliarci attonite statue dalle debolucce spalle spoglie d'abbracci

Ti ho nel mucchio, Signore, nel mio mazzo di geni
-a mucchi-
e negli ancora candidi barlumi
d’onniscienze sante da amputarmi dal cuore
Così, sotto fiotti di coriandoli
separati per colorito e aspetto trascendo
-colorando- dal più tenue al più marcato segno
di distinzione marcata, divenendo
traccia tua indelebile

e Santa

( da dìri dìri dànna)


Pater Noster

-Elegia del Gene-

-La Pala d'Altare-

-La promessa-

-Di Padre-

-Le Danze-

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venerdì, 12 ottobre 2007
Senza Titolo

 

 

 

 

a vent’anni scrivevo

nelle camere odore di padre addormentato

e  madre assente

per poi mentirmi

cambiare in varianti

 

 

un anno fa, 14 luglio 2006, scrivevo

Io che sono una cretina per risolvere vado a sfondarmi.

Forse c’è un tempo per tutto forse non ci sarà mai il tempo degli incontri.

*** che dice che mio padre interagisce come un pupazzetto.

Se lo chiami viene, vero. Se gli dai un calcio sta lontano, vero. Dove lo metti lui sta, vero. Nessun sintomo di vitalità o di iniziativa. Nessun sentimento in superficie; solo i medesimi giri di parole. Sempre gli stessi, sempre uguali. Vero.

Se io do il La me la suono e me la ballo da sola. Io mi scerpo.

In questo momento della mia vita mi è insopportabile.

Però ho un dubbio. Se io mi affronto e mi faccio male non vinco una candelina alla pesca del prete.

Se mi affronto e mi faccio male non ho un risultato.  È cultura? Mbò. Sono io il toro. È che speravo fosse mio padre il toro, a la Plaza de Toros.

 

Quando mi accorgo di aver desiderato di amare un padre, Herr Doc? Adesso. Sempre. Il mio. Con tutte le sue idiozie. I suoi vuoti. La totale, ottusa incomunicabilità. Lui che sa essere tanto cattivo e menefreghista. Come me. Lui che ho spesso trattato con odio. Lui che io qui affogo in una valle di lacrime. Perché forse io m’inganno. Perché forse io credo che questo male, da qualche parte, intima e nascosta, forse questo male è condiviso. Perché non puoi passarla liscia. Io esisto. E ti sono figlia.

 

 

 

quando cesserò di vagire

sgonfieranno i lividi

 

14 Luglio 2007.

 

un giorno d’estate onesto

una ricorrenza

in quella casamuffa come un ventre

dove gli occhi trovano rifugio

unico sul dorso dei libri

stringo le mani e stringo i denti

sarebbe bello riuscire a piangere

senza respirare calare in un silenzio metallico

senza respirare piangere involontaria

serrare

le lacrime

nello stomaco

 

non saprò mai assolverti

 

un amore inconsolabile eterno

 

[ti ho regalato uno spettacolo all’Arena

poi mi sono sentita un verme

non mi sono offerta di accompagnarti, papà]

non mi sono permessa papà

 

che mi riconosci dalle noci degli occhi

dalle ossa allungate, dal cuoio arruffato

 

un amore penoso ma

 


Libiamo ne' lieti calici,
che la bellezza infiora

 

un amore

patetico

 

guaribile in un cinema

il sabato pomeriggio

in un paio di scarpe vernice rossa

guardami come sono bella papà

 

 

[inconcluso]

Scritto da: ritabonomo alle ore 11:52 | link | commenti (2) | Categoria: paola silvia dolci

Commenti
#1    16 Ottobre 2007 - 11:47
 
sono riuscito a metterlo sul mio blog.
di chi è la musica?

gj
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#2    16 Ottobre 2007 - 11:49
 
Vittorio Monti, gì.

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Commenti

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