Petula dell'Addebito
La Promessa
Elegia del Gene
La Pala d'Altare
Il Vate e il Pappagallo
-Elegia del Gene-
-La Pala d'Altare-
-La promessa-
-Di Padre-
-Le Danze-
Prologo-coro
Beh, c’era l’acrocòro (l'altopiano, semplicemente) e
le rocce a picco, le Splendenti (le chiamavano così)
al tramonto fiamme e fuoco
sulla pianura
digradava a mare
il vortice di balzi e precipizi,
l’acqua sgorgava dalla crepa fenditura
vapori opale, faglia di madore.
Se alzavi gli occhi arrivavano falchi
mai aquile, più a nord
nei sogni a sud. Se alzavi gli occhi.
Respirava la terra l’acqua e il fuoco
gran madre, soffio e sentore,
(in fin dei conti la grotta, sin dall'inizio,era Gea)
serpe suo figlio senza resurrezione ucciso,
(Pitone, un nome già sfigato)
ignoto saettante il luminoso
(i vincitori si fanno un nome dopo, specie se
stupratori indoeuropi).
Rimanemmo, ornate d’alloro,
una misura d’orzo
sbavando folli capelli ritti sotterra.
Gli stolti cercavano parole,
alla matrice ribolliva
limpido sangue all’infinito
(questo dannatamente vero ancora).
I- La veggente
So, i granelli di sabbia
la misura dei mari,
le direzioni d’aquile e di venti.
So dove l’ali di farfalle ogni momento.
So, l’urlo e il muto,
quello che è stato come ciò mai nato.
So, fatica di termiti
lucertole al salice inseguite.
So, che sapere non serve,
so l’infelice.
II - la pragmatica
Vedova, due figli mercanti per mare
ch’ altro potevo fare?
Mi sistemai con l’offerta del tempio,
in fin dei conti una volta al mese
la messinscena era ben pagata,
certo noioso il digiuno rituale
ma presto ascosi al cavo del tripòde
vino con spezie, olive e fichi secchi.
E nell’inarco di reni insuperbivo
con laschi esametri ad uso degli allocchi
nell’ermeneutica dei preti sopraffini.
Solo una volta mi cadde dalle nari
il tampone che usavo a protezione
e allora intorno tutto divenne chiaro:
fu come col vasaio tanti anni prima
fare l’amore come si conviene,
con l’universo, vampa illimpidita.
III la ribelle
Non mi domaron
le provaron tutte
le buone e le cattive, minacce con blandizie.
Non era colpa mia, con le loro risposte
peggiori di domande tra calcoli e papiri,
politiche d’accatto.
Avevo l’urlo, frantumato, e urlavo
e tutti - preti e fedeli -
quelli
atterrivano d’Apollo, lo spietato.
Mai l’ho rivelato, al crinale follia
non c’era alcun Apollo,
io sola il dio.
IV- la precaria
Sistemare il lago d’Albano,
per i romani.
Costruire navi da guerra
per Temistocle contro i persiani.
Fondare nuove colonie,
per gli eubei, i focesi e gli ioni.
Allestire il controllo di gestione
per Licurgo e gli spartani.
Affinare financo il logo
fra Pitagora, Socrate e Plutarco.
Pareva un’ottima occasione
-“cercasi interprete d’eccezione” –
ruolo creativo, pensai, da prim’attrice,
per ritrovarmi alla segreteria
d’una joint-venture d’ingegneria.
V-la mistica
Sulla via, porpora e marmi, malachite
Il bronzo, ad abbagliarli.
Salgono, cauti chiedono consigli
patteggiando notizie,ori, potere
nei bisbigli del tempio.
Salgono, gonfi di dubbi e di progetti
tutti.
Non li ascolto, scendo
verme nel ventre di terra, freccia
di vento sollevo alle montagne.
Guardo, fuori di pelle
fuori dal corpo del giorno
fibra di tendini, calcina di pensieri
l’energia
guarire all’eguaglianza il caos e il cosmo,
ghiaccio di fiamma.
Al ritorno accecati si accontentano,
schegge sillabe l’indicibile.
Epilogo
Sciamano le sciamane, avranno
un senso gli acrostici crostacei,
il tempo scioglie con la cheratina
le chele al titanio
non i sogni, resistenti alle maree
ci riformiamo.